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JOHN SINGER SARGENT - Smoke of Ambergris
(Fumée d’ambre gris - Fumo di Ambra grigia)
lettura del Maestro Andrea Soldatini

JOHN SINGER SARGENT (americano, 1856–1925), Smoke of Ambergris
(Fumée d’ambre gris - Fumo di Ambra grigia) – 1880

Olio su tela

Dimensioni

Senza cornice: 139,1 x 90,6 cm

Con cornice: 163,8 x 115,6 x 7,6 cm

 

PREMESSA

Di questo dipinto, degli sfaccettati e articolati aspetti intrinsechi insiti in sé, molto è stato detto, anche con voli pindarici estremi. Molto, ma sicuramente non tutto.

Per le numerose interpretazioni che offre (compito primario di un’opera d’arte), che si prestano ad analisi e considerazioni approfondite, Fumée d'ambre gris (Fumo di ambra grigia) è un iconico dipinto a olio del 1880 dell'artista “espatriato” americano John Singer Sargent, noto per il suo magistrale uso della luce e per il suggestivo soggetto orientalista (e per molti altri aspetti, tutti significativi)

John Singer Sargent fu un testimone vivente di come un artista, che davvero vuole essere tale, non può chiudersi in un recinto, recitare sé stesso a memoria, e soprattutto…scegliere. Ma tutto deve assorbire, vedere, conoscere, destrutturare, e fare suo, gradito o meno che sia. Tutto va assaggiato, per comporre il proprio menù. L’artista deve avere mente aperta.

JOHN SINGER SARGENT 1856 - 1925

Fin dalla nascita John Singer Sargent fu girovago, errante studente, viandante dell’Arte, in questo caldamente supportato dalla madre, che per ragioni di salute girò l’Europa in lungo e in largo, portando con sé il giovane John, e intendendo educarlo facendolo letteralmente vivere di cultura, mostre, musei e di ogni altra forma d’Arte.

E sebbene “il nostro” avesse un carattere vivace e per nulla paziente, la sua storia ricalca, in buona parte, quella di più illustri predecessori, da Leonardo in poi: tutto lo attirava, tutto voleva sapere… e tutto disegnava, in una ricerca costante del nuovo ma anche del profondo, e della magia e del racconto. Una mano lavoratrice instancabile, indefessa, che ha prodotto tantissimo, non solo in termini di opere ma anche si studi, abbozzi, ricordi… John Singer Sargent non scriveva, pennellava, e creava struttura che poi, in qualsiasi altro momento e in qualsiasi altra parte del mondo, gli avrebbero consentito di ricreare ambienti, eventi, situazioni e personaggi.

Tutto nell’ottica della luce (la vera regina dei suoi lavori), del mistero, del fascino, della sensualità e del senso di fiabesco inarrivabile appartenente alla cruda realtà

Aspetti di cui tenere ben conto, guardando quest’opera così come le sue altre: questo andava cercando, e ricreando

COSA STIAMO VEDENDO…NOI?

Ai tempi di John Singer Sargent la magia, la suggestione, l’enfasi, così come la crudeltà, gli orrori, la bellezza e la poesia erano ancora dettami in grado di inficiare vite, esistenze, sconvolgere animi, e regalare sogni, avventure, fascino, esoterismi e fiabe opulenti e misteriose.

Ricordiamoci che la Prima Guerra Mondiale è stato il primo conflitto raccontato per immagini dipinte ed illustrate; immagini potenti che aggiungevano e caricavano ulteriore dramma e pathos ad eventi che di per sé ne contenevano già a profusione. Eppure… la forza del racconto e dell’immagine era ancora superiore alla realtà, nel raccontare la realtà stessa.

In questo lavoro, apparentemente semplice e privo di retropensieri, si rivelano dunque aspetti suggestivi, ragionamenti complessi, e una abilità pittorica fuori da comune. Il dipinto finito presenta una fantasia per gli occhi occidentali, che combina dettagli di costumi e ambientazioni adattati da diverse regioni del Nord Africa.

Sargent iniziò a disegnare gli schizzi per l'opera durante una visita a Tangeri nel 1879, realizzando degli schizzi per questo dipinto a olio con una modella in posa nel patio di una casa in affitto, ma completò l'olio su tela finale nel suo studio di Parigi. Espose la tela finita al Salon di Parigi dell'anno successivo.

Schizzo da 'Fumée d'ambre-gris', 1880,

penna e inchiostro nero su carta,

dimensioni complessive: 28,8 x 19,9 cm

 

La composizione, con la sua enfasi su varie tonalità di bianco e il gioco di luci e ombre su uno sfondo architettonico spoglio, è una testimonianza dell'abilità tecnica di Sargent, e, come anticipato, presenta una fantasia esotica per il pubblico occidentale, combinando diversi elementi nordafricani.

L'ambra grigia, una sostanza cerosa derivata dalle balene, era molto apprezzata in profumeria ed era anche associata a rituali religiosi e proprietà afrodisiache.

ANALISI TECNICO COMPOSITIVA DELL’OPERA

Il primo aspetto che colpisce, indubbiamente (ma mai abbastanza considerato) è la capacità compositiva di Sargent, in questo lavoro strutturalmente ridotto all’osso, volutamente privo di effetti ed elementi che possano, in qualche modo, suggerire azione, pathos, contemporaneità e condivisione del momento con lo spettatore osservante, in tempo reale.

Sembra non vi sia nulla, di questo questo…e invece vi è tutto, e anche in abbondanza

L’opera si sviluppa in un formato anche abbastanza contenuto (ricordiamolo, 139 cm x 90 cm c.a.), ma enorme se paragonato alla povertà della tavolozza e alla vastità delle microvariazioni tonali e delle pennellate apportate, e sviluppato in senso verticale, con una profondità di campo eccezionale. Non stiamo parlando solo di tridimensionalità, ma anche e soprattutto di spazio dietro e sopra la figura, che con poco o niente (alla maniera usata spesso anche da Diego Velazquez) rende perfettamente, appunto, la profondità di campo.

John Singer Sargent

FUMO DI AMBRA GRIGIA

Acquerello su carta. Museo Isabella Stewart Gardner. 321 x 210 mm

 

La scena è ambientata in Marocco, e raffigura una donna alta ed elegantemente vestita, in piedi, in solitudine, accanto a una colonna in un alto arco marocchino. Distaccata dal mondo circostante, tiene il velo, un lembo del suo copricapo, sopra la testa per formare una tenda che catturi il fumo che sale da un braciere d'argento sul pavimento di fronte a lei. Sargent ha distolto il suo soggetto dall'ambiente circostante, architettonico o sociale, per concentrarsi su di lei e su ciò che sta facendo. Sebbene gestualmente monumentale, la sua attività è sensuale piuttosto che di compartecipazione attiva.

Degno di nota l’elemento architettonico che sembra essere dimesso e silente, mentre invece ricorda e suggerisce proprio le volute di fumo protagoniste quasi invisibili del quadro. La parte si innalza diritta, bianca, quasi anonima, per poi evolvere in una serie di decorazioni curve, sporgenti e rientranti, proprio come fa il fumo di una candela (o in questo caso di un braciere) che sale diritto per un tratto per pori esplodere in mille circoli. Una invenzione architettonica e tonale di tutto rispetto, che molto aggiunge alla composizione progettuale e comunicativa.

Particolare dell'elemento architettonico dell'arco.

Può essere indifferentemente ricollegato ad un elemento classico, colonna - capitello, o interpretato come raffigurazione tridimensionale del fumo che sale e si scioglie in volute

 

Le vesti della donna, stratificate, sono di un bianco “burroso”, “pannoso”, che qualcuno ha definito “imbevuto di tè” (il che, tecnicamente parlando, potrebbe pure essere), in contrasto con i toni più freddi del malva e del verderame delle pareti imbiancate. Come afferma Grace Dane Mazur “la luce filtrata dall'alto e l'orientamento del tappeto a motivi suggeriscono che si trovi ai margini di una vasta stanza o di un cortile interno”

Singer Sargent, nella sua formazione classica, si rifà agli elementi stilistici del passato, arrivando anche ad adottare persino alcuni accorgimenti tecnici dei Maestri del passato. E anche compositivamente parlando, la donna in bianco sembra essa stessa un elemento architettonico, una colonna portante dell’arco. Il riferimento all’Arte classica viene identificato, da alcuni esaminatori ed estimatori del pittore americano, nella genealogia femminea delle Cariatidi, una di quelle figure femminili che fungono da colonne per un tempio, come nell'Eretteo dell'Acropoli di Atene. Come similitudine riscontrata nell’abbigliamento della donna, Anche le cariatidi indossavano semplici tuniche fissate alle spalle su lunghe gonne fluenti; i loro elaborati copricapi si trasformavano nei capitelli che sostenevano l'architrave del tempio.

Il portichetto delle cariatidi nell'Eretteo sull'acropoli di Atene